Tutti i giorni “I’m çapuling”*
“Battersi per i propri diritti” è la colla della piazza turca
Sabato duecento tifosi turchi sono arrivati in piazza Taksim, nel centro di Istanbul, gridando in coro “siamo l’esercito di Mustafa Kemal”. Appartenevano a tre squadre di calcio rivali, Galatasaray, Besiktas e Fenerbahce, tre club pieni di storia che si sfidano in città almeno da cent’anni, e il loro canto è stato inteso da molti come un segno bello e supremo contro il primo ministro, Recep Tayyip Erdogan, e la spinta autoritaria del governo. Si sentono i guardiani del kemalismo, una carica morale che un tempo spettava a generali e insegnanti dei collegi militari. *“Battersi per i propri diritti”
18 AGO 20

Istanbul. Sabato duecento tifosi turchi sono arrivati in piazza Taksim, nel centro di Istanbul, gridando in coro “siamo l’esercito di Mustafa Kemal”. Appartenevano a tre squadre di calcio rivali, Galatasaray, Besiktas e Fenerbahce, tre club pieni di storia che si sfidano in città almeno da cent’anni, e il loro canto è stato inteso da molti come un segno bello e supremo contro il primo ministro, Recep Tayyip Erdogan, e la spinta autoritaria del governo. Si sentono i guardiani del kemalismo, una carica morale che un tempo spettava a generali e insegnanti dei collegi militari.
Ieri per la prima volta è arrivata l’apertura che tutti aspettavano: Erdogan incontrerà la piazza domani, ha detto il vicepremier, Bülent Arinc. La buona notizia è rovinata solo da un dettaglio, non secondario: Bülent Arinc è uomo del presidente, Abdullah Gül, che spinge per il dialogo contro lo stesso premier, chissà come hanno fatto a obbligare Erdogan al gesto. Comunque sia la piazza aspetta l’incontro, con le sue diverse anime. La protesta è cominciata quando sono partiti i lavori per trasformare il parco Gezi, che si trova nelle vicinanze, in un complesso di negozi e baracche in stile ottomano, ma l’urbanistica è soltanto una parte della storia. In piazza ci sono seguaci di Mustafa Kemal Atatürk, il padre della Turchia repubblicana, nazionalisti curdi e aleviti, sindacalisti anarchici, associazioni per i diritti gay, studenti, curiosi e senzatetto che cercano soltanto un pasto gratis. Nella maggior parte dei casi si tratta di giovani ben educati che sentono di avere poco a che fare con le manie ottomane di Erdogan, come Ceyda Sungur, la ricercatrice dell’Università di Istanbul fotografata mentre si copre il volto per difendersi da un getto d’acqua e liquido urticante sparato dalla polizia (l’immagine della “signora in rosso” è il simbolo di questa protesta). Arrivano gridando “I’m çapuling”, riprendendo quel che aveva detto Erdogan, che aveva definito “çapulcu”, sciacalli, i protestanti: lo prendono in giro, çapuling oggi è lo slogan di tutti, di chi sente di doversi battere in piazza per i propri diritti.
I motivi della protesta oscillano a seconda degli interlocutori, c’è chi crede ciecamente alla storia dell’ambientalismo (sono la minoranza) e chi critica Erdogan per le sue leggi filoislamiche, come quella che ha imposto alle donne di portare il velo nelle scuole e negli uffici pubblici. Nel fine settimana a Taksim sono spuntati cartelli per ricordare il giornalista Hrant Dink, che è stato ucciso nel 2007 da un giovane nazionalista, e si sono sentiti slogan per Abdullah Ocalan, il capo carismatico dei ribelli curdi: la piazza sta diventando un centro di raccolta per tutti i problemi della Turchia, anche quelli che non hanno a che fare con Erdogan in senso stretto.
La protesta è ancora confusa, è arrivata in città come Ankara, Smirne e Antiochia, al confine con la Siria, ma si muove soprattutto su Twitter e si mischia a fatti che sono parecchio lontani, dalla guerra in Siria a piazza Tahrir, dal movimento di Zuccotti Park al processo contro Julian Assange. In un certo senso questa folla colorata somiglia a quella che marciava a Mosca contro Vladimir Putin nel 2012: sono gruppi che appartengono a mondi completamente diversi, sono giovani senza leader e senza un’agenda precisa, il solo obiettivo comune è la fine del governo, ma non ci sono pensieri per quel che verrà dopo. Questo non significa che la protesta debba essere snobbata. In Turchia, Taksim ha colto di sorpresa sia il governo, sia il Chp, il principale partito di opposizione, che è stato sempre troppo lento e troppo debole per competere davvero con Erdogan. Oggi in questa piazza può nascere un’alternativa credibile (e moderna) al primo ministro.
Sinora il governo ha usato le maniere forti per spegnere la protesta, ma ha evitato di proclamare lo stato di emergenza, una decisione che tutti i leader turchi prima di Erdogan hanno assunto, più o meno liberamente, di fronte a circostanze analoghe. Almeno due giovani sono morti durante le manifestazioni (uno ucciso da un colpo di pistola, l’altro investito da un taxi) e ci sono centinaia di giovani feriti o intossicati dai gas lacrimogeni. L’azione della polizia non è stata più violenta rispetto a quanto si è visto in occasioni simili in Francia, in Italia, in Canada o negli Stati Uniti, ma è parsa eccessiva e disordinata. A Istanbul sono concentrati migliaia di agenti che si muovono per la città con le divise estive, armati di manganelli e idranti, senza protezioni per gli scontri con i manifestanti. Un uomo dei sindacati, Faruk Sezer, ha detto che sei agenti si sono tolti la vita negli ultimi giorni, e che i turni e le condizioni di vita nelle caserme sono “drammatici”. Nei ranghi della protesta ci sono anche i violenti: ci sono attacchi con le molotov contro uffici e sedi di partito, il che avvicina i manifestanti ai commando dei No Tav più che agli hippy. Anche questo è un problema per il governo di Erdogan.
Il premier ha vinto le elezioni politiche per tre volte consecutive, gli uomini dell’Akp conquistano da dieci anni poltrone e incarichi in ogni angolo del paese, e si tratta di un paese enorme e complicato, di una terra che comprende metropoli ultramoderne come Istanbul, villaggi curdi, giovani educati nelle scuole americane, imprenditori islamici, confraternite d’ispirazione sciita, cristiani ortodossi caserme piene di soldati in armi e rifugiati ceceni e siriani. Insomma, le divisioni sono più numerose e più profonde rispetto a quelle fra “turchi bianchi” e “turchi neri”, fra élite secolarizzate e conservatori musulmani. Il partito di Erdogan domina la scena a Istanbul e ha radici ben più solide in Anatolia, nella parte più orientale della Turchia, dove la ricchezza è cresciuta negli ultimi anni di pari passo con la fiducia nel governo. La leva politica del premier è proprio in quelle regioni.
Il caso di Taksim rappresenta l’ultima prova della dottrina: la scorsa settimana Erdogan ha accusato i manifestanti di essere “terroristi”, ha minacciato di mandare nelle piazze i sostenitori dell’Akp, domenica ha detto con tono serio che “la pazienza del governo ha un limite”. Ma il capo del governo ora concede un po’ di spazio al dialogo. Da dieci anni a questa parte Erdogan affronta i rivali con piglio autoritario, prima s’è liberato di rettori e magistrati troppo laici, poi ha denunciato giornalisti e generali, infine è riuscito a nominare i suoi anche nelle Forze armate, il vecchio pilastro del potere kemalista. Erdogan è soprattutto un leader populista, oggi vuole trasmettere ai turchi la sensazione di avere la situazione sotto controllo, ma il 2014 sarà un anno di elezioni e il premier avrà bisogno di voti e di qualche buona idea per rafforzare lo sviluppo del paese. A quel punto, anche il movimento di Taksim deve trovare una sua voce nella politica, altrimenti il premier, che aspira a diventare presidente, non avrebbe più chance. L’economista Kemal Dervis, il numero due della Brookings Institution, ha scritto sul Financial Times che gli scontri di Istanbul non smonteranno il modello turco, ma contribuiranno a migliorarlo. Molto, però, dipenderà da come reagirà Erdogan.
*“Battersi per i propri diritti”